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DISTURBO BIPOLARE DI TIPO II

  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 19 min

Definizione


Il disturbo bipolare di tipo II (DB-II) lungo il ciclo di vita e in assenza di precedenti episodi maniacali, è determinato dalla presenza di almeno un episodio ipomaniacale e un episodio depressivo maggiore (American Psychiatric Association, 2022; World Health Organization, 2024).

Il DSM-5-TR descrive l’ipomania con durata di almeno quattro giorni consecutivi, umore elevato o irritabile, aumento dell’energia o dell’attività e cambiamenti evidenti rispetto al solito. Non sono tuttavia sintomi di una grave compromissione del funzionamento e, pertanto, non richiedono il ricovero e non sono accompagnati da manifestazioni psicotiche; la presenza di psicosi indica un episodio maniacale.

L’episodio depressivo maggiore dura almeno due settimane e si contraddistingue per umore depresso e/o perdita di interesse o piacere, unitamente ad altri sintomi clinicamente significativi.

Il DB-II si differenzia dal disturbo bipolare di tipo I per l’assenza di episodi maniacali e dal disturbo ciclotimico per la presenza di episodi depressivi maggiori e ipomaniacali completi.


Sintomi


I sintomi del disturbo bipolare di tipo II cambiano in base alla fase del disturbo e possono comprendere:

·        Episodi depressivi maggiori, determinati da tristezza persistente e perdita di interesse o piacere, affaticamento e difficoltà di concentrazione, alterazioni del sonno o dell’appetito, sentimenti di inutilità o colpa nonché pensieri suicidari.

·        Episodi ipomaniacali, rappresentati dall’aumento dell’energia e dell’attività, dalla riduzione significativa del bisogno di dormire, da una loquacità e un’autostima elevate, accelerazione del pensiero, distraibilità e incremento dei comportamenti impulsivi o rischiosi.

·        Irritabilità, agitazione o ansia, che possono manifestarsi sia durante le fasi depressive sia durante quelle ipomaniacali.

·        Difficoltà cognitive, quali problemi di attenzione, memoria e concentrazione.

·        Periodi di relativa stabilità dell’umore tra un episodio e l’altro, sebbene in alcuni casi possano persistere sintomi residui.

La frequenza, la durata e l’intensità degli episodi mutano da persona a persona e i sintomi presentano di norma un andamento episodico da non confondere con le normali oscillazioni dell’umore.


Cause


Cornice generale

L’eziologia del disturbo bipolare di tipo II è multifattoriale, il che implica una vulnerabilità di natura genetica e neurobiologica che interagisce con fattori psicologici, ambientali e circadiani. Nessun singolo fattore è, da solo, necessario o sufficiente a causare il disturbo.

Molte delle conoscenze disponibili derivano da studi condotti sul disturbo bipolare nel suo insieme in quanto le evidenze specifiche relative al DB-II sono ancora relativamente limitate (McIntyre et al., 2020).


Fattori genetici

Il disturbo bipolare presenta un’ereditabilità spiccata, stimata complessivamente intorno al 60–80%. La sua trasmissione non segue però un modello mendeliano semplice.

Il rischio è poligenico e deriva dall’effetto combinato di molteplici varianti genetiche, ognuna delle quali ha un impatto individuale ridotto. Il più ampio studio genomico disponibile ha analizzato oltre 158.000 casi e identificato 298 loci associati al disturbo, coinvolgendo soprattutto processi neuronali e sinaptici.

Sono emerse inoltre differenze parziali tra i sottotipi: il DB-II mostra maggiore sovrapposizione genetica con la depressione maggiore laddove il DB-I appare più strettamente correlato alla schizofrenia e queste associazioni non consentono di prevedere individualmente lo sviluppo del disturbo (O’Connell et al., 2025; McIntyre et al., 2020).


Fattori neurobiologici e circadiani

Gli studi di neuroimaging delineano la presenza, a livello medio, di alterazioni nei circuiti fronto-limbici coinvolti nel piano della regolazione emotiva, nel controllo cognitivo e nell’elaborazione della ricompensa.

Le analisi del consorzio ENIGMA hanno riscontrato una minore integrità microstrutturale della sostanza bianca, soprattutto nel corpo calloso e nel cingolo; tali differenze producono effetti tendenzialmente minimi e non sono specifiche del DB-II; infine, non costituiscono biomarcatori diagnostici utilizzabili nella pratica clinica (Favre et al., 2019).

Sono state inoltre osservate alterazioni dei sistemi neuroendocrini, immunitari e infiammatori, comprese variazioni nei livelli di cortisolo, proteina C-reattiva, IL-6 e TNF-α. I risultati tendono a essere eterogenei e influenzati dalla fase dell’umore, dai trattamenti farmacologici e dalle condizioni fisiche concomitanti, senza dimostrare l’esistenza di un rapporto causale diretto.

L’associazione con la disregolazione del sonno e dei ritmi circadiani è più netta: la riduzione del sonno, l’irregolarità delle attività quotidiane e le alterazioni del ciclo sonno-veglia possono aumentare l’essere vulnerabili alle ricadute, specialmente per quanto riguarda quelle ipomaniacali (Chung et al., 2024).


Fattori psicologici e temperamentali

Le persone con disturbo bipolare riscontrano tendenzialmente particolare sensibilità ai sistemi di ricompensa e motivazione; secondo il modello della reward hypersensitivity, i successi, il raggiungimento di obiettivi o un’attività intensa e finalizzata possono determinare un’eccessiva attivazione motivazionale associata ad aumento dell’energia, ridotto bisogno di sonno e comparsa di sintomi ipomaniacali. Perdite, insuccessi e frustrazioni possono invece favorire sintomi depressivi.

Una meta-analisi ha rilevato una relazione tra sensibilità alla ricompensa e caratteristiche ipomaniacali; tratti che, tuttavia, devono però essere considerati fattori di vulnerabilità o di mantenimento, non cause autonome del disturbo (Katz et al., 2021).

Anche il temperamento ciclotimico, l’impulsività, la ruminazione, il perfezionismo e un’autostima che dipende troppo dai risultati raggiunti possono contribuire alla disregolazione emotiva e influenzare il decorso. Bisogna specificare quanto la loro presenza non implichi necessariamente lo sviluppo del DB-II.


Fattori ambientali e sociali

I traumi infantili e le esperienze negative tendono a essere più frequenti tra le persone affette da disturbo bipolare e risultano associabili a un esordio più precoce, a una maggiore gravità clinica, a un maggior numero di comorbilità e a un rischio suicidario più elevato pur essendo associazioni probabilistiche, che non dimostrano che il trauma causi direttamente il disturbo (Palmier-Claus et al., 2016).

Gli episodi depressivi possono essere preceduti da perdite, conflitti, lutti ed eventi stressanti di varia natura; gli eventi connessi al raggiungimento di obiettivi favoriscono la comparsa di sintomi ipomaniacali nelle persone vulnerabili e la deprivazione di sonno, il lavoro a turni, il jet lag e l’irregolarità delle abitudini quotidiane possono agire come fattori precipitanti; il periodo dopo il parto rappresenta una fase ad alto rischio di ricaduta nelle persone con disturbo bipolare pur costituendo un potenziale fattore scatenantedel decorso e non una causa primaria della malattia.


Farmaci, sostanze e comorbilità

Gli antidepressivi non causano il DB-II ma in una parte dei pazienti possono favorire l’andamento verso l’ipomania, la mania o gli stati misti.

Il rischio varia in base al tipo di farmaco, alle caratteristiche cliniche della persona e all’eventuale associazione con uno stabilizzatore dell’umore ed è per questo che la monoterapia antidepressiva richiede particolare attenzione.

Anche le sostanze stimolanti, l’alcol e le droghe possono destabilizzare l’umore, rendendo chiaramente più complicato distinguere gli episodi spontanei da quelli indotti da sostanze.

I disturbi d’ansia, l’ADHD, i disturbi da uso di sostanze e alcuni disturbi di personalità sono frequentemente concomitanti senza rappresentare necessariamente cause del DB-II; possono altresì precederne il riconoscimento diagnostico, complicarne la diagnosi, aumentarne la frequenza delle ricadute e aggravarne la compromissione funzionale e il rischio suicidario.


Diffusione

Le stime relative alla prevalenza del disturbo bipolare di tipo II variano in base ai criteri diagnostici e agli strumenti di valutazione che vengono utilizzati.

Le indagini internazionali World Mental Health hanno evidenziato una prevalenza pari allo 0,4% nell’arco della vita e allo 0,3% nei 12 mesi. Una meta-analisi di studi epidemiologici ha invece riscontrato valori aggregati rispettivamente dell’1,57% e dello 0,50%, sottolineando un’elevata eterogeneità tra gli studi (Merikangas et al., 2011; Clemente et al., 2015).

L’esordio del disturbo bipolare tende a concentrarsi tra l’adolescenza e la prima età adulta, frequentemente tra i 15 e i 25 anni. Le evidenze comparative più recenti non mostrano una differenza stabile nell’età di esordio tra DB-I e DB-II.

Nei campioni clinici, il DB-II viene diagnosticato più comunemente nelle donne ma ciò non dimostra necessariamente una maggiore prevalenza femminile nella popolazione generale (Scott et al., 2022; Hernandorena et al., 2023).

Il decorso è in genere ricorrente e caratterizzato dal polo depressivo; in uno studio prospettico di riferimento, le persone con DB-II hanno manifestato sintomi dell’umore per circa il 56% delle settimane di osservazione, in particolare sotto forma di depressione maggiore o subclinica (Judd et al., 2003).

Le comorbilità sono frequenti: una meta-analisi ha stimato che circa il 45% delle persone con disturbo bipolare sviluppi almeno un disturbo d’ansia nel corso della vita, senza differenze significative tra DB-I e DB-II; risultano inoltre frequenti i disturbi da uso di sostanze (Pavlova et al., 2015).

Il rischio suicidario è elevato: una meta-analisi ha evidenziato una storia di almeno un tentativo di suicidio nel 32,4% dei soggetti con DB-II, una percentuale non molto diversa da quella osservata nel DB-I, pari al 36,3% (Novick et al., 2010).

Il disturbo bipolare determina inoltre un imponente carico globale di disabilità, soprattutto a partire dalla tarda adolescenza. Le stime del Global Burden of Disease considerano il disturbo bipolare nel suo insieme senza fornire dati separati affidabili per il DB-II (GBD 2019 Mental Disorders Collaborators, 2022).


Diagnosi


Criteri e inquadramento

La diagnosi del DB-II è clinica e longitudinale e presuppone la presenza di almeno un episodio ipomaniacale e di almeno un episodio depressivo maggiore, in assenza di precedenti episodi maniacali.

Secondo il DSM-5-TR, l’ipomania prevede quattro giorni consecutivi e un umore espanso o irritabile, coadiuvato da aumento dell’energia o dell’attività. Queste manifestazioni devono associarsi ad almeno tre sintomi aggiuntivi, o quattro nel caso in cui l’umore sia esclusivamente irritabile, e devono rappresentare un cambiamento osservabile rispetto al solito e abituale funzionamento.

L’episodio non determina una compromissione estrema del funzionamento e non richiede il ricovero ospedaliero; non presenta inoltre sintomi psicotici e in presenza di manifestazioni psicotiche, l’episodio viene classificato come maniacale.

L’episodio depressivo maggiore richiede la presenza di almeno cinque sintomi per un periodo di due settimane, tra i quali devono essere compresi l’umore depresso ola perdita di interesse e piacere.

L’ICD-11 utilizza requisiti analoghi ma definisce la durata dell’ipomania come «almeno diversi giorni», senza stabilire la soglia rigida di quattro giorni prevista dal DSM-5-TR (American Psychiatric Association, 2022; World Health Organization, 2024).

Non esistono esami di laboratorio, test genetici o tecniche di neuroimaging in grado di confermare la presenza del DB-II.

La valutazione deve ripercorrere l’intero decorso dell’umore, il funzionamento abituale, l’uso di farmaci e sostanze, la familiarità e le eventuali condizioni mediche. Risultano inoltre utili anche le informazioni fornite dai familiari o dai rispettivi partner in quanto l’ipomania può non essere percepita dalla persona come una condizione patologica.


Diagnosi differenziale

Il DB-II si distingue dalla depressione maggiore con caratteristiche miste, al cui interno non è mai presente un episodio ipomaniacale completo; dal DB-I, che richiede almeno un episodio maniacale e dal disturbo ciclotimico, determinato da oscillazioni ipomaniacali e depressive persistenti ma per lo più da definirsi sottosoglia.

Bisogna inoltre considerare le oscillazioni emotive associate ai disturbi di personalità, notoriamente più brevi e reattive agli eventi interpersonali, e l’ADHD, i cui sintomi sono cronici, risalgono all’infanzia e non compaiono sotto forma di episodi distinti.

È necessario escludere i sintomi dovuti a sostanze, farmaci o patologie mediche come i disturbi tiroidei e neurologici.

Un episodio ipomaniacale completo che sia apparso durante un trattamento antidepressivo può considerarsi diagnosticamente valido soltanto se persiste, coni sintomi nella loro interezza, oltre gli effetti fisiologici attesi del trattamento; una semplice agitazione indotta dal farmaco non può bastare ai fini della formulazione di diagnosi (American Psychiatric Association, 2022).


Strumenti diagnostici

Le interviste strutturate o semistrutturate possono amplificare l’accuratezza e la standardizzazione della valutazione.

La SCID-5 è un’intervista semistrutturata atta a formulare le diagnosi secondo il DSM-5. La MINI identifica un’alternativa strutturata più breve mentre la CIDI viene impiegata soprattutto negli studi epidemiologici e può essere somministrata da intervistatori adeguatamente formati (First et al., 2016; Sheehan et al., 1998; Kessler &Üstün, 2004).

Il Mood Disorder Questionnaire (MDQ), l’Hypomania Checklist-32 (HCL-32) e la Bipolar Spectrum Diagnostic Scale (BSDS) sono strumenti di screening e non test diagnostici.

L’MDQ identifica con maggiore accuratezza il DB-Imentre l’HCL-32 appare più sensibile alle manifestazioni ipomaniacali, seppure meno specifica. Ogni risultato positivo richiede quindi una valutazione clinica completa (Carvalho et al., 2015).

Per misurare la gravità dei sintomi e monitorare il decorso si possono utilizzare la YMRS o l’ASRM per i sintomi (ipo)maniacali, la MADRS o la HAM-D per quelli depressivi e la CGI-BP per la valutazione globale.

I diari dell’umore e i metodi di rappresentazione longitudinale come il Life-Chart Method, aiutano a documentare la polarità, la durata e l’intensità degli episodi e la loro relazione con il sonno, gli eventi di vita e i trattamenti.


Trattamento


Principi generali e obiettivi

Il trattamento del disturbo bipolare di tipo II è multimodale, personalizzato e continuativo e integra farmacoterapia, psicoterapia, psicoeducazione, stabilizzazione dei ritmi quotidiani e prevenzione delle ricadute.

Gli obiettivi principali sono: remissione degli episodi depressivi e ipomaniacali, riduzione del rischio suicidario, prevenzione delle recidive e recupero del funzionamento personale, relazionale e lavorativo.

La scelta terapeutica considera la fase del disturbo, la polarità predominante, la presenza di caratteristiche miste, le comorbilità, le risposte ottenute con i trattamenti precedenti e le preferenze della persona.

Le evidenze specifiche relative al DB-II sono quantitativamente di meno rispetto a quelle disponibili per il DB-I. Alcune raccomandazioni derivano quindi da studi condotti sull’intero spettro bipolare (Keramatian et al., 2023).


Interventi psicologici e psicosociali

Gli interventi psicoterapeutici con il maggiore supporto empirico sono strutturati, manualizzati e specificamente adattati al disturbo bipolare evengono di norma utilizzati in associazione alla farmacoterapia.

Una network meta-analisi, o metanalisi di rete comprendente 39 studi randomizzati, ha rilevato che gli interventi psicologici manualizzati possono ridurre il rischio di ricorrenza rispetto al solo trattamento abituale.

Le evidenze riguardano principalmente la psicoeducazione, la terapia cognitivo-comportamentale e gli interventi familiari. La terapia cognitivo-comportamentale mostra inoltre benefici sui sintomi depressivi residui laddove gli interventi familiari o di gruppo possono risultare efficaci nella prevenzione delle ricadute (Miklowitz et al., 2021).


Psicoeducazione strutturata

La psicoeducazione, soprattutto in formato di gruppo, è uno degli interventi prevalentemente supportati dalle evidenze per la prevenzione delle ricadute nelle persone clinicamente stabili e fornisce informazioni sul disturbo e sui trattamenti, insegnando a riconoscere precocemente i segnali di depressione e ipomania, promuovendo l’aderenza terapeutica e aiutando a identificare i fattori scatenanti, le strategie di gestione e le procedure da seguire in caso di ricomparsa dei sintomi.

Gli studi a lungo termine sottolineano una riduzione delle recidive e del tempo trascorso in episodio, con evidenze più solide per i programmi strutturati di gruppo rispetto alla sola psicoeducazione individuale (Colom et al., 2003, 2009; Bond & Anderson, 2015).


Terapia cognitivo-comportamentale adattata al disturbo bipolare

La terapia cognitivo-comportamentale adattata al disturbo bipolare agisce sui pensieri e sui comportamenti associati agli episodi dell’umore, sull’automonitoraggio, sulla regolazione delle attività, sulla risoluzione dei problemi e sulla prevenzione delle ricadute.

È particolarmente indicata in presenza di sintomi depressivi residui, difficoltà nell’accettazione della diagnosi, schemi cognitivi disfunzionali o basse capacità di riconoscere i segnali iniziali degli episodi.

Le evidenze suggeriscono benefici soprattutto sulla sintomatologia depressiva e sulla prevenzione delle recidive. L’efficacia può essere inferiore nelle persone con numerosi episodi pregressi o durante fasi acute particolarmente gravi (Miklowitz et al., 2021).


Terapia focalizzata sulla famiglia

La Family-Focused Therapy (FFT) è un intervento a orientamento familiare, psicoeducativo e comportamentale molto utile in presenza di conflitti familiari, elevata emotività espressa, difficoltà comunicative o necessità di coinvolgere i caregiver nella prevenzione delle ricadute.

Coinvolge inoltre la persona con i rispettivi familiari o partner e comprende psicoeducazione, addestramento alle abilità comunicative e tecniche strutturate di risoluzione dei problemi.

Gli studi indicano che, quando viene associata alla farmacoterapia, può prolungare gli intervalli liberi da episodi e favorire il recupero clinico. Le linee guida raccomandano gli interventi familiari alle persone che convivono o mantengono rapporti stretti con i propri familiari (Miklowitz et al., 2003; NICE, 2025).


Terapia interpersonale e dei ritmi sociali

L’Interpersonal and Social Rhythm Therapy (IPSRT) integra la psicoterapia interpersonale con un approccio cronobiologico e intervenendo sui conflitti, sulle transizioni di ruolo, sul lutto e sulle difficoltà relazionali, ponendo particolare attenzione alla regolarità dei ritmi sociali quali orari del sonno e del risveglio, pasti, attività, lavoro e i contatti interpersonali.

È particolarmente appropriata quando gli episodi sono associati a irregolarità del sonno, lavoro a turni, jet lag, stress relazionali o cambiamenti improvvisi delle abitudini quotidiane.

Può favorire la stabilità dell’umore e il funzionamento generale e gran parte delle evidenze originarie proviene da persone con DB-I; la sua efficacia specifica nel DB-II è meno documentata rispetto a quella della psicoeducazione, della CBT e degli interventi familiari (Frank et al., 2005).


Terapia cognitivo-comportamentale per l’insonnia

In presenza di insonnia persistente può essere utilizzata una terapia cognitivo-comportamentale per l’insonnia adattata al disturbo bipolare (CBT-I), un intervento volto a modificare le tecniche standard per evitare una riduzione eccessiva del sonno e il conseguente rischio di attivazione ipomaniacale, comprendente la regolarizzazione degli orari, il controllo degli stimoli, la correzione delle convinzioni disfunzionali sul sonno e interventi specifici sui ritmi circadiani.

Un primo studio randomizzato ha delineato evidenti miglioramenti del sonno e del funzionamento, oltre a una possibile riduzione delle ricadute. Le evidenze sono però ancora limitate e non permettono di considerare la CBT-I un trattamento pienamente autonomo del DB-II (Harvey et al., 2015).

Durante una depressione bipolare possono essere proposte una psicoterapia specificamente adattata al disturbo bipolare, la CBT, la terapia interpersonale oppure una terapia comportamentale di coppia.

Nelle fasi di mantenimento sono invece prioritari gli interventi centrati sulla psicoeducazione, sull’automonitoraggio, sul riconoscimento dei segnali precoci, sulla gestione delle ricadute, sulla comunicazione familiare e sulla stabilizzazione dei ritmi quotidiani.

La psicoterapia non sostituisce di norma la farmacoterapia nelle depressioni gravi e non rappresenta il trattamento principale di un episodio ipomaniacale clinicamente significativo (NICE, 2025).


Farmacoterapia

La terapia farmacologica deve essere prescritta e periodicamente rivalutata da uno specialista.

Le raccomandazioni riguardano farmaci appartenenti alle diverse classi terapeutiche: non tutti gli antipsicotici, gli stabilizzatori dell’umore o gli antidepressivi presentano la stessa efficacia nel DB-II.


Episodio depressivo

Le evidenze più solide per il trattamento della depressione acuta nel DB-II si riferiscono a uno specifico antipsicotico di seconda generazione, indicato dalle linee guida CANMAT/ISBD come unica opzione di prima linea. Gli altri antipsicotici appartenenti alla stessa classe non possono essere considerati automaticamente equivalenti.

Alcuni stabilizzatori dell’umore rappresentano opzioni di seconda linea, soprattutto quando è necessario prevenire anche le ricorrenze depressive future.

Un ulteriore antipsicotico di nuova generazione può essere considerato come opzione di seconda linea, sebbene le evidenze specifiche relative al DB-II derivino ancora da campioni relativamente limitati (Keramatian et al., 2023).

Alcuni antidepressivi appartenenti alle classi SSRI e SNRI, possono essere presi in considerazione in casi selezionati di depressione “pura”, vale a dire priva di sintomi ipomaniacali o misti; questi farmaci non devono essere considerati una classe uniformemente efficace e richiedono particolare attenzione in presenza di precedenti viraggi dell’umore, cicli rapidi, irritabilità o caratteristiche miste.

Il loro impiego deve essere valutato individualmente e rivalutato in caso di riduzione del bisogno di sonno, aumento dell’energia, impulsività o accelerazione del pensiero (Keramatian et al., 2023).

Gli ansiolitici o sedativi possono essere assunti per periodi limitati in qualità di trattamento aggiuntivo dell’ansia grave, dell’agitazione o dell’insonnia ma non curano l’episodio depressivo e non prevengono le ricadute.


Episodio ipomaniacale

Le evidenze farmacologiche specifiche per il trattamento dell’ipomania sono limitate: la gestione iniziale prevede la riduzione degli stimoli, la protezione del sonno, l’eventuale sospensione sotto supervisione medica dei farmaci attivanti e l’interruzione dell’uso di alcol, droghe o sostanze stimolanti.

Quando l’ipomania è persistente, ricorrente e rischiosa o tende a determinare una compromissione significativa, ci si può avvalere di specifici stabilizzatori dell’umore o antipsicotici di seconda generazione.

Gli antidepressivi eventualmente in corso vengono rivalutati e, previa indicazione medica, possono essere sospesi gradualmente.

Durante la fase acuta si reputa saggio l’atto di limitare le scelte di natura finanziaria, lavorativa o relazionale e garantire un ambiente caratterizzato da una ridotta stimolazione (NICE, 2025; Keramatian et al., 2023).


Trattamento di mantenimento

Il trattamento di mantenimento ha l’obiettivo di prevenire nuovi episodi depressivi o ipomaniacali: la scelta viene effettuata in base alla polarità predominante, alla gravità e alla frequenza degli episodi, nonché alla risposta ottenuta nella fase acuta e alla tollerabilità del trattamento.

Le opzioni con il maggiore supporto empirico per il DB-II mostrano specifici stabilizzatori dell’umore e un determinato antipsicotico di seconda generazione.

Alcuni antidepressivi possono essere mantenuti in persone scrupolosamente selezionate, caratterizzate da ricorrenze esclusivamente depressive e da una buona risposta precedente. Non rappresentano però una scelta profilattica di routine, soprattutto in presenza di sintomi misti o di precedenti episodi di attivazione (Keramatian et al., 2023).


Trattamenti per le forme gravi o resistenti

La terapia elettroconvulsivante (ECT) si reputa adeguata nei casi di depressione bipolare grave o resistente, ovvero nei casi in cui sia necessaria una risposta rapida o in presenza di elevato rischio suicidario, catatonia, sintomi psicotici, condizioni cliniche potenzialmente pericolose o significativa compromissione dell’alimentazione.

Non deve essere considerata esclusivamente come un trattamento di ultima linea, ma necessita di un’attenta valutazione specialistica del rapporto tra i possibili benefici e gli effetti avversi (Keramatian et al., 2023; NICE, 2025).


Sicurezza e personalizzazione

La scelta del trattamento deve tener conto degli eventuali effetti metabolici, neurologici, cognitivi e sedativi, delle condizioni mediche e delle interazioni farmacologiche, del rischio di sovradosaggio e degli aspetti relativi alla fertilità, alla gravidanza e all’allattamento.

È necessario valutare periodicamente l’efficacia, la tollerabilità e l’aderenza al trattamento oltre all’eventuale comparsa di segnali di attivazione o di peggioramento depressivo; i trattamenti, inoltre, non devono essere sospesi bruscamente poiché un’interruzione rapida può aumentare il rischio di ricaduta.


Stile di vita e prevenzione delle ricadute

La prevenzione delle ricadute comprende il mantenimento di orari regolari per il sonno e il risveglio, la regolarità dei pasti e delle attività quotidiane, un esercizio fisico adeguato, la gestione dello stress e la riduzione o eliminazione del consumo di alcol, cannabis e sostanze stimolanti.

È utile predisporre un piano scritto di prevenzione delle ricadute che includa i segnali precoci personali, i principali fattori scatenanti, le strategie da adottare e i professionisti da contattare in caso di ricomparsa dei sintomi.

Il coinvolgimento dei familiari o dei caregiver, previo consenso della persona, può facilitare il riconoscimento tempestivo dei cambiamenti dell’umore e migliorare la continuità delle cure (NICE, 2025).


Sintesi semplificata

Il disturbo bipolare di tipo II è una condizione determinata dall’alternanza tra episodi di depressione maggiore e periodi di ipomania, durante i quali ci si può sentire energici in modo inusuale, attivi, loquaci e avere meno bisogno di dormire. L’ipomania è meno grave della mania e non provoca, di norma, una perdita completa del contatto con la realtà, né richiede un ricovero. Gli episodi depressivi possono invece causare difficoltà di concentrazione, tristezza profonda, perdita di interesse, disturbi del sonno e, in alcuni casi, pensieri suicidari. Non dipende da una causa sola ma dall’interazione tra predisposizione genetica, funzionamento dei sistemi cerebrali che regolano le emozioni, caratteristiche psicologiche, stress, traumi, consumo di sostanze e alterazioni del sonno e delle abitudini quotidiane. La diagnosi viene pertanto formulata da un professionista che ricostruisce l’andamento nel tempo dell’umore, in quanto non esistono esami del sangue o test strumentali capaci di confermarla. È inoltre fondamentale distinguere il disturbo bipolare II dalla depressione, dall’ADHD, dai disturbi di personalità e dagli effetti di farmaci o sostanze. Il trattamento è personalizzato e unisce farmaci, psicoterapia, psicoeducazione e regolarizzazione dello stile di vita. Tra gli interventi psicologici più utili risultano: la terapia cognitivo-comportamentale adattata al disturbo bipolare, la terapia familiare, la terapia interpersonale e dei ritmi sociali e i programmi che insegnano a riconoscere i primi segnali di una ricaduta. Sono inoltre auspicabili un sonno regolare e la riduzione dello stress, la non assunzione di alcol e droghe e la preparazione di un piano da seguire in caso di ritorno dei sintomi. Mediante cure continuative è possibile ridurre gli episodi, prevenire le ricadute e migliorare il funzionamento personale, relazionale e lavorativo.

Libri sulla tematica

  • "Il disturbo bipolare. Una guida per la sopravvivenza. Ciò che voi e la vostra famiglia avete bisogno di conoscere" di David J. Miklowitz: una guida completa a opera del noto ricercatore e clinico specialista David J. Miklowitz. Include capitoli dedicati alle donne e ai giovani, fornendo suggerimenti pratici per le persone affette da disturbo bipolare e le loro famiglie​​​​.

  • "Manuale di psicoeducazione per il disturbo bipolare" di Francesc Colom ed Eduard Vieta: un manuale che si prefigge di insegnare ai pazienti a gestire la malattia per conviverci e ridurre il rischio di ricadute. Nello specifico, si concentra sulla psicoeducazione come strumento efficace nella prevenzione delle ricadute nel disturbo bipolare​​​​.


Film sulla tematica

  • "Il lato positivo" (2012) di David O. Russell: in questo film Bradley Cooper interpreta il ruolo di un uomo con disturbo bipolare che affronta la malattia dopo aver scoperto il tradimento della moglie. Il film esplora sia il bipolarismo sia le sfide all’interno dei rapporti umani.

  • "Mr Jones" (1993) di Mike Figgis: Richard Gere è l’affascinante protagonista che vive traeuforia e disperazione, delineando magistralmente la doppia natura del disturbo bipolare​​.


Fonti bibliografiche

  • American Psychiatric Association. (2022). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed., text rev.). https://doi.org/10.1176/appi.books.9780890425787

  • Bond, K., & Anderson, I. M. (2015). Psychoeducation for relapse prevention in bipolar disorder: A systematic review of efficacy in randomized controlled trials. Bipolar Disorders, 17(4), 349–362. https://doi.org/10.1111/bdi.12287

  • Carvalho, A. F., Takwoingi, Y., Sales, P. M. G., Soczynska, J. K., Köhler, C. A., Freitas, T. H., Quevedo, J., Hyphantis, T. N., McIntyre, R. S., & Vieta, E. (2015). Screening for bipolar spectrum disorders: A comprehensive meta-analysis of accuracy studies. Journal of Affective Disorders, 172, 337–346. https://doi.org/10.1016/j.jad.2014.10.024

  • Chung, J., Kim, Y.-C., & Jeong, J.-H. (2024). Bipolar disorder, circadian rhythm and clock genes. Clinical Psychopharmacology and Neuroscience, 22(2), 211–221. https://doi.org/10.9758/cpn.23.1093

  • Clemente, A. S., Diniz, B. S., Nicolato, R., Kapczinski, F. P., Soares, J. C., Firmo, J. O. A., & Castro-Costa, É. (2015). Bipolar disorder prevalence: A systematic review and meta-analysis of the literature. Revista Brasileira de Psiquiatria, 37(2), 155–161. https://doi.org/10.1590/1516-4446-2012-1693

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