LA PREVENZIONE PRIMARIA DELLA VIOLENZA MASCHILE CONTRO LE DONNE
- 3 giu
- Tempo di lettura: 11 min
Aggiornamento: 4 giu

Intervista al Dott. Giuseppe D'Amore
Intervistatore PSYGO: Ho il piacere di parlare con il Dott. Giuseppe D’Amore, psicologo, psicoterapeuta, psicoanalista e specialista di coppia della SIPRe, Società Italiana di Psicoanalisi della Relazione. Autore di diverse pubblicazioni, oggi ci parlerà di una tematica molto specifica: la prevenzione primaria della violenza maschile contro le donne. Innanzitutto, dottore, come mai questo titolo?
Dott. Giuseppe D’Amore: Il titolo nasce da una ricerca approfondita sulla violenza in generale e poi da un approfondimento specifico sulla violenza maschile contro le donne.
Parlo di prevenzione perché molti dati presenti nella nostra letteratura specialistica, ma anche provenienti da più fonti, ci indicano questa necessità. Per esempio, alcuni dati provengono dalla Comunità europea, che ha istituito un gruppo chiamato GREVIO, un acronimo che indica un gruppo che verifica l’applicazione della Convenzione di Istanbul. Come sapete, è la legge che per prima in Europa ha definito quali sono le forme della violenza maschile contro le donne e risale al 2011. Gli Stati membri dell’Europa l’hanno ratificata, ognuno nella propria nazione; in Italia è stata ratificata nel 2013.
Che cosa prevede questo GREVIO? Prevede la verifica dell’applicazione di questa legge nei singoli Stati.
Molti dati presenti nella relazione finale di questa verifica riportano che la nostra nazione, sebbene avanzata nella quantità delle leggi e anche nella loro qualità, ha però da migliorare l’aspetto della prevenzione. La prevenzione si articola in più livelli: una prevenzione primaria, una prevenzione secondaria e anche una prevenzione terziaria.
Ebbene, anche su questo aspetto emerge da queste relazioni che in Italia si fanno molte attività di prevenzione secondaria e di prevenzione terziaria, ma poche di prevenzione primaria.
Intervistatore PSYGO: So che porta avanti un progetto. Di che cosa si tratta?
Dott. Giuseppe D’Amore: Si tratta di specificare in maniera più approfondita e su basi scientifiche il tema della prevenzione primaria della violenza di genere maschile contro le donne, ma in particolare anche dei femminicidi.
Perché uso questa parola, “primaria”? Perché la prevenzione primaria, nell’ambito della violenza, si distingue dalla prevenzione secondaria in quanto dovrebbe agire prima che la violenza venga perpetrata nei confronti delle donne.
Faccio un esempio molto chiaro: se una donna si rivolge al pronto soccorso perché ha ricevuto delle lesioni e viene attivato il famoso codice rosso, questa attività rientrerebbe in una prevenzione secondaria, perché la violenza è già presente.
La prevenzione primaria, invece, consiste nell’attivare tutte quelle attività di formazione, profilassi, sensibilizzazione e così via, per evitare che la violenza venga agita. Quindi, sostanzialmente, la prevenzione primaria agisce sulla cultura generale delle relazioni interpersonali tra gli uomini e le donne.
Intervistatore PSYGO: Il progetto specifico in cosa consiste?
Dott. Giuseppe D’Amore: Il progetto specifico nasce da una storia che racconto anche agli studenti.
Qualche anno fa presentavo un mio testo intitolato La prevenzione dei femminicidi. Soggetti che si odiano, in un paesino dell’Abruzzo che si chiama San Fano Adriano. In quell’occasione ho avuto l’onore e il piacere di essere accompagnato da un’avvocatessa del Foro di Teramo, Amelide Francia, esperta di violenza di genere.
Mentre raccontavo una parte del libro, precisamente l’aspetto dell’articolo 544 del Codice Rocco, che stabiliva sostanzialmente il matrimonio riparatore, spiegavo che se una donna veniva stuprata e l’uomo, dopo lo stupro, si offriva di sposarla, veniva cancellato il reato di violenza sessuale.
Mentre parlavo di questa cosa, questa avvocatessa mi guardava e mi suggeriva sottovoce la storia di Franca Viola, per non farsi sentire.
Io conoscevo ovviamente Franca Viola e la sua storia, però non collegavo bene cosa lei mi volesse dire. Dopo quella giornata, quelle parole mi sono tornate in mente e ho cominciato ad approfondire la storia della signora Franca Viola e di tutta la sua famiglia.
È venuto fuori un collegamento tra questa storia e le ricerche che facevo sulla tematica della violenza maschile contro le donne, in particolare sulla punta dell’iceberg di questo fenomeno, cioè i femminicidi.
Intervistatore PSYGO: Quale collegamento ha trovato tra la storia di Franca Viola e i dati sui femminicidi?
Dott. Giuseppe D’Amore: Ci sono dei dati prodotti da un ricercatore molto noto, Antonio Gioiello. Questa persona ha fatto una ricerca e poi ha pubblicato un libro intitolato Il femminicidio in Italia. Cinque anni all’inferno, dove ha analizzato in totale 499 casi di femminicidio.
Che cosa ha scoperto questo ricercatore? Ha scoperto che i femminicidi compresi nella fascia d’età tra 0 e 25 anni, cioè sostanzialmente l’età scolastica, includendo anche l’università fino ai 25 anni, rappresentano solo il 5% delle donne uccise in questa fascia d’età. Dai 25 anni in su, invece, si concentra l’altro 95% dei femminicidi.
Perché questo dato è importante? È importante perché ci dice una cosa fondamentale: questo 95% di popolazione, dagli studi che ho fatto, risulta pressoché scoperto da azioni di prevenzione primaria, mentre tutti gli altri progetti e attività riguardano sostanzialmente le scuole, quindi la fascia scolastica.
Per onestà, direi che anche l’università scarseggia di progetti di prevenzione. Ma, volendo comunque sintetizzare, se studiamo questi dati non possiamo che concordare sul fatto che la fascia di popolazione dai 25 anni in su sia scoperta.
Questo è dichiarato anche dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento Pari Opportunità che ogni due o tre anni elabora un piano di intervento nazionale sulla violenza di genere. Nel “PIANO STRATEGICO NAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA NEI CONFRONTI DELLE DONNE E LA VIOLENZA DOMESTICA” pubblicato per il periodo 2025-2027, è scritto chiaramente che la maggior parte dei progetti di prevenzione primaria sulla violenza è stata realizzata nell’ambito scolastico, lasciando quindi quasi scoperta questa fascia di popolazione.
Intervistatore PSYGO: Si tratta di una tematica purtroppo molto attuale, spesso presente nelle notizie di cronaca, soprattutto in quella fascia d’età. Che cosa ha ispirato il progetto?
Dott. Giuseppe D’Amore: Il progetto è stato ispirato dall’integrazione di tutte queste informazioni: la storia della famiglia Viola, i dati prodotti dal GREVIO, che ci dicono che in Italia scarseggiano le azioni di prevenzione primaria, e i dati della Commissione Pari Opportunità, che dichiarano che la maggior parte dei progetti è stata sviluppata nelle scuole.
Intervistatore PSYGO: Perché proprio la famiglia Viola?
Dott. Giuseppe D’Amore: Perché la famiglia Viola è una storia che si è sviluppata negli anni Sessanta, in particolare nel 1965 ad Alcamo, una città della Sicilia occidentale, in provincia di Trapani.
Questa ragazza, con il permesso del padre, si era fidanzata con un uomo di cui non dico il nome perché la signora Franca Viola, in un'intervista con una giornalista molto famosa, quando parla di questa persona dice “quello”, per una questione di riservatezza. Io vorrei rispettare questa sua forma.
Lei non dice “il fatto che è stata stuprata”, ma dice “il fatto successo”. Il fatto successo è questo: dopo il fidanzamento, dopo circa sei mesi secondo le cronache e anche secondo i dati più attendibili (che sono le due sentenze del processo, di primo e secondo grado) il padre, il signor Bernardo Viola, in accordo con la figlia e con la moglie, ha interrotto il fidanzamento perché ha scoperto che il fidanzato aveva commesso dei reati ed era imparentato con una potente famiglia mafiosa presente ad Alcamo in quel periodo.
Questa decisione di interrompere il fidanzamento non è andata a genio a quell’uomo, il quale è emigrato per un anno in Germania. Poi, nel 1965, è tornato e ha chiesto di essere riammesso come fidanzato, ma il signor Bernardo è stato irremovibile.
Che cosa ha comportato questo? Ha comportato che quell’uomo agisse tutta una serie di violenze. Per esempio, ha tagliato 500 piante di vite, cioè quelle che producono l’uva per il vino, perché il signor Bernardo di professione era mezzadro. Significava che era un contadino che coltivava la terra di altre persone e poi c’era una percentuale di divisione del prodotto coltivato.
Questo è stato il primo gesto per intimidire e per far cambiare idea al signor Bernardo. L’altro gesto è stato l’incendio del magazzino dove teneva gli attrezzi: le zappe, le falci e tutto ciò che serve per lavorare in campagna.
L’ultimo episodio, nell’ottobre del 1965, ha riguardato due fatti: ha fatto pascolare una mandria di pecore in un campo coltivato a pomodori e ha minacciato il signor Bernardo con una pistola, dicendo che gli avrebbe spaccato la testa se non fosse stato riammesso come fidanzato della figlia.
Ma il signor Bernardo, forte della sua dignità e del suo coraggio, e del fatto che la figlia Franca non voleva più “quello” come fidanzato, non si è lasciato intimidire.
Intervistatore PSYGO: Che cosa accadde poi?
Dott. Giuseppe D’Amore: Successivamente, "quello" ha deciso di sequestrare Franca con l'ausilio di altre undici persone e per attuare il sequestro ne ha malmenato la madre, una signora che si chiamava Vita Serro. In casa, però, c’era anche il fratellino di Franca Viola, Mariano.
Che cosa ha fatto questo fratellino? Per difendere la sorella si è aggrappato fisicamente alle sue gambe, tanto che queste dodici persone che volevano sequestrare Franca non riuscivano a staccarlo. I giudici, nella sentenza di primo grado, definirono questo gesto eroico.
L’hanno però rapita ed è stata tenuta sequestrata in più posti. Durante il sequestro è stata picchiata ed è stata violentata. All’epoca, infatti, c’era un articolo del codice penale, l’articolo 544, che stabiliva che se un uomo violentava una donna e poi la sposava per ripulire l’onore della famiglia, il reato veniva estinto.
Ma c’è di più: se il reato di stupro o di violenza carnale veniva compiuto in gruppo, bastava che uno del gruppo dei violentatori sposasse la donna perché il reato venisse estinto anche per tutti gli altri. Una cosa molto grave, presente nella nostra legislazione fino al 1981.
Dopo otto giorni, quest’uomo propone tramite degli emissari a Bernardo Viola di fare la “paciata”. La paciata era questo rito di fare la pace, cioè di mettersi d’accordo. La violenza ormai era stata perpetrata, quindi la cosa da fare, secondo il codice penale ma anche secondo la cultura dell’epoca, era che i due si sposassero. Esattamente ciò che “quello” voleva da tempo.
Però, secondo le cronache e secondo molti giornalisti che se ne sono occupati, lui non aveva fatto i conti con la dignità di tutta la famiglia Viola, ma soprattutto della stessa Franca Viola, che si è rifiutata di aderire al matrimonio riparatore.
Questo gesto, secondo tutti i cronisti che se ne sono occupati, rappresenta l’inizio di una rivoluzione culturale in Italia, che ha portato nel 1981 all’abolizione di questo famoso articolo 544.
Intervistatore PSYGO: Rispetto al progetto specifico, quale ruolo assume questa storia?
Dott. Giuseppe D’Amore: Il progetto che ho elaborato mette insieme i dati sul fatto che non c’è, oppure è scarsa, una prevenzione primaria sulla popolazione maggiore di 25 anni e, quindi, non c’è una prevenzione primaria sulla fascia della popolazione delle famiglie.
Ecco perché ho messo insieme il simbolo della famiglia Viola: una famiglia che, insieme, è riuscita a far liberare Franca e a impedire che per tutta la vita fosse schiava, così come lei stessa ha dichiarato in un’intervista, di un uomo violento.
Intervistatore PSYGO: Passiamo allora al progetto specifico. Come funziona?
Dott. Giuseppe D’Amore: Il progetto specifico prevede alcuni passi.
Il primo è quello di poter dichiarare il 2 gennaio Giornata nazionale della liberazione delle donne dalla violenza maschile. Questa è la definizione.
Perché propongo di dichiarare una giornata nazionale italiana? Perché il 25 novembre, che è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza, riguarda purtroppo il ricordo di una tragedia accaduta in Sud America, in particolare nella Repubblica Dominicana. In quella data, il 25 novembre del 1960, tre donne furono sequestrate, si pensa dai servizi segreti di quel Paese, violentate, malmenate, uccise, poi messe su una camionetta della polizia, fatte cadere in una scarpata e incendiate.
Un atroce delitto. Soltanto che i servizi segreti dell’epoca non avevano fatto i conti con il fatto che c’era una quarta sorella non presente, Dedé Mirabal. Le donne uccise erano le famose sorelle Mirabal, Patria, Minerva e Maria Teresa. Dedé ha portato avanti una battaglia per anni, fino a quando nel 1999 l’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, ha dichiarato il 25 novembre Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza in onore di queste tre donne.
Io perché dico che in Italia possiamo istituire una Giornata nazionale di liberazione dalla violenza maschile contro le donne? Perché la storia di Franca Viola è in realtà una storia vittoriosa. Franca Viola è rimasta viva, seppur violentata, malmenata e umiliata; però è rimasta viva e si è salvata.
Quindi il messaggio centrale di questo progetto è che, se tutti collaboriamo, la violenza maschile contro le donne può essere vinta e le donne possono liberarsi dalla violenza, così come è successo a Franca Viola.
Questo sarebbe il primo passo del progetto: creare un simbolo nazionale che tutti conoscano e che possa fungere da incoraggiamento per tutte le donne che al momento sono vittime di violenza, affinché si muovano verso la liberazione.
Utilizzando una metafora religiosa, se lasciamo soltanto il 25 novembre è come se, nella religione cattolica, parlassimo sempre e solo della crocifissione, quindi della morte. Ma la religione cattolica esiste perché, per i credenti, è avvenuta la Resurrezione, cioè il ritorno alla vita. Liberare le donna dalla violenza maschile equivale a fare tornare in vita: una vita dignitosa e piena di valore.
Per me raccontare che dalla violenza si può uscire restando vivi è un messaggio fondamentale. Credo che in Italia abbiamo un simbolo che rappresenta questo: la storia della famiglia Viola. Ci sono molte altre storie di donne meno famose e meno conosciute, però penso che sia importante poter raccontare questa.
Intervistatore PSYGO: Mi parlava di un progetto a fasi. Quali sono le altre?
Dott. Giuseppe D’Amore: Sì, quella sarebbe la prima fase.
L’altra fase sarebbe quella di poter raccontare questa storia alle famiglie presenti in tutti i comuni d’Italia. Infatti il progetto è pensato per i comuni e prevede tre fasi.
La prima fase è un incontro con la popolazione dei singoli comuni, in cui si parla della prevenzione primaria della violenza. La seconda fase è dedicata al racconto della storia della famiglia Viola. Non soltanto della signora Franca Viola, ma della famiglia, perché la questione centrale è la collaborazione di tutti i famigliari e di tutte le istituzioni.
Se tutti collaboriamo, le donne possono essere liberate dalla violenza.
Forse devo aggiungere un pezzettino alla storia. Quando gli emissari andarono dal signor Bernardo Viola per dirgli di recarsi in una casa dove avrebbe potuto incontrare sua figlia e organizzare il matrimonio, cioè la famosa paciata, lui fece finta di accettare.
Però si recò al commissariato di polizia, dove c’era il commissario Lorenzo Camilleri, il quale lo incoraggiò ad accettare qualsiasi proposta facessero questi malavitosi, perché così i poliziotti, seguendoli, avrebbero potuto scoprire il nascondiglio dove tenevano sequestrata la figlia Franca.
Andando a questa paciata, loro rivelarono praticamente dove la sequestrata era tenuta. Nella notte, all’alba del 2 gennaio e dunque quando era già giorno, i poliziotti al comando di Lorenzo Camilleri e del brigadiere della polizia Bartolomeo Rigotta, fecero irruzione in questa casa e liberarono Franca Viola.
Il simbolo della famiglia che collabora con le istituzioni, quindi con la polizia e anche con i carabinieri intervenuti nelle indagini, è per me un simbolo di come si può combattere la violenza di genere e di come si possano liberare le donne dalla violenza.
Intervistatore PSYGO: Il progetto è già stato realizzato o è ancora in previsione?
Dott. Giuseppe D’Amore: Sì, l’ideazione completa è avvenuta a fine inizio dicembre del 2025. Il 12 dicembre del 2025 ho spedito la prima mail ad alcuni comuni, di cui non faccio il nome per privacy, che però non mi hanno mai risposto.
A gennaio ho continuato a spedire queste mail ai comuni, perché è chiaro che l’obiettivo centrale, per concretizzare il progetto, sono proprio i comuni. A gennaio mi ha risposto il Comune di Tolfa, e sono fiero di poter fare il nome di questa città, che si trova in provincia di Roma.
È una città molto nota perché realizza tante manifestazioni nel territorio laziale. In particolare, la vicesindaca Laura Pennesi mi ha contattato telefonicamente dicendo che erano molto entusiasti del progetto insieme alla Sindaca Stefania Bentivoglio. Così abbiamo preso accordi e abbiamo dato avvio al percorso.
Nel mese di maggio del 2026 abbiamo già svolto le prime due fasi: la prevenzione primaria e il racconto della storia della famiglia Viola.
Adesso ci sarà una terza fase, il 21 giugno del 2026, che prevede l’assegnazione del “PREMIO NAZIONALE FAMIGLIA VIOLA”.
Il premio è progettato per essere assegnato ogni anno, da qui in avanti. Su questo si è impegnato il Comune di Tolfa, facendo una delibera di giunta che è stata approvata dagli assessori del Comune, compreso il sindaco, per ripetere ogni anno questo premio.
A chi verrà dato questo premio, che è un premio simbolico ossia una targa? Verrà dato a tutte le persone, uomini e donne, che hanno collaborato per liberare le donne dalla violenza.
Il premio è intitolato alla famiglia Viola proprio per questo: perché nella sua storia c’è il messaggio chiaro che la lotta contro la violenza di genere si vince se si collabora tutti insieme: la famiglia e le istituzioni presenti sul territorio.
La terza fase del progetto prevede l’istituzione di una commissione attraverso una delibera di giunta comunale, cioè un atto legalmente riconosciuto dallo Stato italiano, che annualmente individua sul territorio comunale e nazionale — perché il premio è nazionale — delle figure che si sono distinte in maniera chiara e con prove certe nella collaborazione con le istituzioni e con altri esseri umani per la lotta alla violenza di genere nella forma della prevenzione.